I Cannabusari – Parte I

Donna che fila
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Questo interessantissimo saggio ci è stato inviato dal Prof. Luigi Lombardo, che si occupa di tradizioni popolari e antropologia culturale.
Nella prima parte che qui vi riportiamo scopriamo l’antica usanza di lavorare i derivati della canapa sativa per una grande varietà di materiali tessili prodotti in Sicilia e in particolar modo nella nostra provincia.

Il mestiere di cannabusari in provincia di Siracusa

Pochi oggi sanno cos’è il cannavu, e i suoi derivati, cioè la cannabusa o la cannabusata. Ma non è colpa loro.
In effetti questo particolare seme fu tolto dalle nostre tavole e dai nostri consumi per due ordini di fattori: economico-commerciali e sanitari.
Il fattore sanitario era vecchio: una polemica contro i suoi effetti sulla salute. Il primo interviene subito dopo l’Unità d’Italia, ed attiene alla crisi in cui caddero le produzioni manifatturiere ed agricole meridionali a causa della concorrenza dei prodotti del Nord Italia. Ma andiamo per ordine.

Utilizzo nel tessile

Fin dal medioevo si coltivava in Sicilia la canapa (la “sativa” naturalmente), in quantità da generare un commercio rimarchevole di prodotti da essa derivati: fibra per funi e corde, e filo tessile per confezionare tovaglie, biancheria e tessuti di ogni tipo, che venivano chiamati perciò di manni, di stuppa, o in generale di cannau.
Era un’industria fiorente, attiva commercialmente, redditizia. Nella confezione delle corde eccelleva Siracusa; nei tessuti i centri dell’entroterra Ibleo: Melilli, Sortino, Palazzolo su tutti.
Donna che filaIl mannu era il più raffinato di tali prodotti per tessitura, la stuppa la meno pregiata: infatti si ripete ancora oggi a mo’ di proverbio:
«Stuppa mi rasti e stuppa ti filai
tu mi tingisti e iu t’anniviricai
»,
come dire “rendere pan per focaccia”.
Ma c’era un ulteriore prodotto della lavorazione della canapa che si ricavava direttamente dalla “scotolatura” della pianta raccolta: il seme chiamato appunto cannabusa.
La scotolatura era una delle fasi del processo di lavorazione della canapa.

Questa si coltivava in quelle aree ricche di acque stagnanti, quali erano le foci dei fiumi o i laghetti che si formavano lungo il loro corso. Essa interessava sia la montagna che la marina, dove tuttavia questa produzione si faceva abbondante e atta al commercio estero, grazie al clima caldo e umido. Si preparavano i terreni attraverso una frollatura frequente e una serie di arature, in modo da renderlo fraulu.

Il sistema di coltivazione era di tipo orticolo con abbondanti concimazioni (grassuri). Verso la fine di Marzo si seminava. Il seme veniva ben compresso con pesanti rulli. Fra la fine di Maggio e gli inizi Giugno si mieteva alla radice e si raccoglievano in manni le bacchette. Ogni mannu era composto da un certo numero di fastelli, e ogni fastello era la quantità di bacchette contenute nel palmo chiuso del mietitore. Raccolti in filari (cameri), i mannelli si lasciavano asciugare per tre giorni, quindi si rivoltavano. Quando erano ben asciutti si portavano nell’aia (ariuni) della massaria e si battevano per far cadere i semi (cannabusa), che dopo essere stati ben spolverati si raccoglievano per gli usi diversi cui si piegavano.
Semi di canapa sativaSeparata la pula, si “infasciavano” con le liami i mannelli a gruppi di dieci (rècuma, forse corruzione di decina): dieci rècumi formavano una sàrcina. Così infasciati, si accatastavano sotto le logge.
Dopo il 15 Agosto si portavano al fiume e si disponevano nei maceratoi, detti bbonachi, che erano delle vasche ricavate nel fiume di diversa grandezza, limitate da muretti di pietra dura e profonde oltre un metro. Dopo la macerazione, tirati fuori i mannelli, si disponevano in posizione verticale a capanna circolare (le bacchette raggiungevano e superavano i due metri di altezza). Quindi si disponevano a terra e una volta asciugati perfettamente si trasportavano alle masserie per essere maciullati (gramolatura) e scotolati.
La prima operazione si compiva, soprattutto dalle donne, con l’uso di una gramola di legno, detta mànganu, formata da una base, suttana, e dalla soprana detta pistuni. La seconda operazione prendeva il nome dall’attrezzo spatula, e quindi spatulari si diceva l’operazione relativa.

La fibra ottenuta ancora grezza era avviata al commercio, soprattutto a Siracusa, dove veniva acquistata dai numerosi cordai. Le leggi sanitarie costituirono un ostacolo alla coltivazione della canapa, ma più poterono sul suo declino l’arretratezza dei sistemi di lavorazione e commercializzazione, e ultimo, e il peggiore, la impietosa concorrenza delle industrie del nord.

Leggi la seconda parte sul torrone cannausa e l’uso alimentare del seme di canapa »

Autore LUIGI LOMBARDO
salvo.lombardo@alice.it

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